La violenza che chiama violenza

dicembre 18, 2009

Questo video dimostra che la violenza chiama solo violenza.  Subita questa violenza, il presidente del consiglio ne subisce un’altra, ancora più dolorosa: quella dell’insinuazione, dei maniaci del complotto. Si tratta di persone frustrate che proiettano i propri poblemi personali sulla politica. Sono tipi pericolosi, perchè disperati e a loro volta attraggono e promuovono disperazione. Qualora questa si diffondesse si produrrebbe una politica disperata. Guardate come è finita la repubblica di Weimar.

Vita da immigrato

dicembre 12, 2009

La vita di un clandestino a Roma è molto difficile: spesso vive in appartamenti d’occasione condiviso con una miriade di persone in condizioni igienico-sanitarie pietose. Vediamo in questo appartamento a Roma come vivono questi immigrati: una famiglia paga 550 euro di affitto al mese per un appartamento da 15 mq. Gli spazi sono angusti, le condizioni di vita pessime, eppure molti farebbero salti mortali per avere una casa del genere a Via del Pigneto. La speranza di queste persone è un integrazione reale: trovare una casa dignitosa dove si possa condurre uno stile di vita sostenibile

Italia-Cina:rapporti favorevoli

novembre 26, 2009

La Cina mantiene buoni rapporti economici con l’Italia:nonostante tutti i dibattiti esistenti sula possibilità di mettere o mantenere dazi doganali, la Cina rimane per l’Italia un partner commerciale importante e viceversa.

 

 

Per quanto riguarda l’aspetto commerciale, i rapporti Italia-Cina sono ottimi. L’ Italia è uno dei partner commerciali più importanti per la Cina tra i paesi dell’Unione Europea. Il valore degli scambi commerciali è aumentato dal 2002 al 2003 del 37,8 %. Possiamo notare un aumento sostanziale sia delle importazioni che delle esportazioni. Nella concezione dell’economia oggi vigente, sussistono ancora tentazioni mercantilistiche: l’arricchimento di uno stato favorirebbe l’indebolimento dell’altro. L’applicazione di questa mentalità produce danni a tutta l’economia globale. I Paesi del terzo mondo sono i primi a farne le spese in maniera diretta, visto che i loro prodotti sono soggetti a barriere doganali che rendono la concorrenza sleale. Uno dei temi del dibattito politco-economico contemporaneo consiste nel valutare la possibilità di mettere dei dazi doganali sui prodotti cinesi, soprattutto ne settore tessile. L’idea di fondo che anima questa aspirazione consiste nella paura che il differente costo del lavoro possa produrre condizioni di concorrenza sleale e facilitare il fallimento del’industria tessile italiana. Questo ragionamento ha un sua logica, seppur non tiene conto delle conseguenze globali che le politiche protezionistiche portano con il loro realizzarsi. La  storia dell’economia recente dimostra che nonostante la povertà dilagante nel mondo, il Pil mondiale aumenta. Questo testimonia che, anche se lentamente stiamo assistendo ad uno scenario di crescita generale, seppur determinata da forti diseguaglianze e da forti squilibri. C’è stato un arresto di questa crescita in quest’ultimo periodo dove gli effetti della crisi economica si stanno facendo sentire. Fortunatamente la crisi non ha prodotto quegli esiti apocalittici che ci aspettavamo e stiamo già vivendo un periodo di ripresa ( da questo punto di vista non c’è grossa concordanza negli analisti, alcuni ritengono ad esempio che siano imminenti nuove bolle finanziarie, ma più o meno sono tutti abbastanza d’accordo che stiamo per entrare in un periodo di ripresa).

I principali prodotti esportati dalla Cina in Italia sono: prodotti meccanici ed elettronici, prodotti tessile e dell’abbigliamento, metalli e prodotti in metalli, prodotti chimici, borse, calzature, gomme e prodotti di gomma, materie plastiche e loro prodotti, autoveicoli.  I principali prodotti importati in Cina dall’Italia sono: macchinari,  attrezzature, prodotti chimici, pelli e gli articoli in pelle, strumenti ottici e prodotti medicali.

Possiamo affermare che i rapporti economici italo-cinesi sono senza dubbio reciprocamente vantaggiosi.

Anche la frontiera della tecnologia sta aprendo scenari vantaggiosi per i rapporti economici tra i due paesi. Il basso costo dei prodotti cinesi ci permette di acquistare prodotti ad alta tecnologia a prezzi che dieci anni fa ritenevamo impensabili.

Se riusciremo a resistere alle tentazioni protezionistiche, i nostri rapporti con la Cina porteranno ottimi frutti alla nostra economia.

Fame nel mondo: come fare informazione?

novembre 25, 2009

Si parla troppo poco e male del grande problema della fame del mondo:le informazioni che vengono date sul fenomeno sono lacunose e prive di una pars costruens. L’unico modo per concentrare l’attenzione dei fruitori dei mezzi di comunicazione di massa su questo argomento consiste nel cercare di promuovere un concetto ampiamente e volutamente dimenticato dalla maggior parte di coloro che fanno informazione:quello di speranza.

 

 

I numeri parlano chiaro. La fame nel mondo è una piaga che colpisce un miliardo di persone. Immaginiamo l’intera popolazione cinese che muore di fame. Uno scenario inquietante.

Recentemente si è concluso il vertice FAO con un nulla di fatto. L’antifona è sempre la stessa: si chiedono dei soldi che i governi non vogliono dare o che se danno in un qualche modo ne traggono un giovamento, o peggio ancora finiscono nelle mani di governi corrotti. I media ogni volta che trattano questo argomento utilizzano sempre la solita retorica trita e ritrita: mancano soldi all’ Africa e i paesi occidentali sono dei brutti ceffi che vogliono negare da mangiare al proprio vicino. Questo approccio, seppur banale ha un fondo di verità, ma se ogni volta la questione viene affrontata con questa superficialità si rischia e spesso si arriva a banalizzare il problema.

Nell’ immaginario collettivo quando si parla di fame ne mondo si pensa ad un qualcosa di irrisolvibile, una dinamica che riguarda una massa inerme soggiogata dai politici. Questo atteggiamento semplicisticamente moralista nasconde una grave mancanza che sta caratterizzando le popolazioni occidentali: la mancanza di speranza.

La speranza è stata rapinata dall’humus culturale d’occidente. I media contribuiscono quotidianamente ad alimentare un senso di smarrimento nelle persone.

Credo che non esista persona in Italia o in Europa che non abbia visto ameno una volta nella vita l’immagino di quel bambino di colore col pancione circondato da mosche che attende la sua fine, diabolicamente lesiva alla dignità della persona.

Questo tipo di immagine, questo modo retorico e improduttivo di affrontare una tragedia così grande ha prodotto un effetto nausea nelle popolazioni.

A mio avviso è per questo che sussiste una tale insensibilità nei confronti di questo tema, per questo cocktail mortale di banalità e immagini nauseabonde.

Trovare una ricetta per smuovere una opinione pubblica oramai così insensibile potrebbe sembrare apparentemente un’impresa ardua. In realtà un modo ci sarebbe, ma c’è bisogno di essere meno compiacenti nei confronti di certi interessi di potere.

Europa e America adottano un strategia infame per tenere sotto scacco certe economie: quella del protezionismo.

Questa concetto potrebbe per molti suonare strano. Molto diffusa è l’idea che sia il libero mercato in quanto tale a produrre determinati squilibri, differenze abissali tra ricchi e poveri. In realtà sono proprio i dazi doganali che i paesi occidentali impongono sui paesi africani ad impedire lo sviluppo delle economie sottosviluppate.

L’agricoltura è il settore più colpito da queste imposizioni. Gli agricoltori occidentali (oltre a godere del vantaggio competitivo dovuto ai dazi) ricevono cospicui finanziamenti che permettono loro di utilizzare le migliori tecnologia orientate al’ottimizzazione della produzione.

Il mercato del cotone è poi quello dove questo scandalo risulta più evidente: negli Usa quella dei cotonieri è una vera e propria lobby potentissima e ogni anno ricevono 3,4 mld di dollari.

Dov’ è la concorrenza? Dov’è il libero mercato? Dov’è l’informazione circa questo punto cruciale?

Quindi la prima cosa che dovrebbe fare chi si occupa dell’informazione è mettersi al servizio della verità e non della comoda retorica.

Un secondo stimolo alla discussione deve essere generato dalla  speranza.

Quando si parla di questi temi nel’immaginario collettivo si crea una mentalità pessimistica e rassegnata. Il vedere e rivedere continuamente il solito bambino con la pancia gonfia e piena di mosche ci spinge a concentrarci su altro, a raccontarci che tanto non possiamo farci niente, che tanto è tutta colpa di multinazionali spietate. Una reazione di questo genere può sembrare intuitivamente egoistica, ma è un egoismo generato dalla mancanza di vedere una possibilità, di gettare lo sguardo  laddove non si vede ancora niente, ma il semplice fatto di osare produce motivazione: si tratta della speranza.

Come diceva Gramsci la storia è maestra, ma non ha allievi. Mi viene in mente Nelson Mandela, che ha passato ventisette anni in carcere in Sudafrica. La speranza di vedere il suo popolo liberato era assolutamente infondata ed era assolutamente legittimato ad entrare in uno stato di disperazione, a diventare il peggiore dei criminali, a smarrire ogni senso possibile del’esistenza. In un’intervista egli affermò che in quegli anni del carcere lui pensava a due cose: o moriva in carcere e sarebbe diventato un martire per il suo popolo, o sarebbe stato pronto a liberarlo una volta uscito. Questa si chiama speranza,quella vera.

Stimolare la speranza significa a mio avviso di sottolineare quelle belle realtà che in Africa ci sono, e sono rappresentate da tutta una serie di persone che fanno del bene in silenzio. Mi ricordo che una volta vidi un servizio sull’opera dei camilliani in Burkina Faso e vidi delle persone che tra mille difficoltà riuscivano a riprendersi da uno stato di disperazione e che conducevano una vita dignitosa. Quando vidi questo servizio mi sentìì stupido, banale perché avevo sepolto la speranza dietro un pessimismo commerciale. Questa esperienza mi ha fatto comprendere che una speranza per quest’Africa c’è, ma deve essere coltivata.

Nei telegiornali ogni notizia positiva riguarda i cani. Massimo rispetto per i nostri amici a quattro zampe che spesso offrono lezione di eroismo a noi poveri uomini, ma ci sono persone ne mondo che danno speranza ogni giorno a chi l’ha perduta soprattutto in Africa e che vengono rilegati in un angolo dell’agenda setting. Da qui la mia personale proposta: perché invece di parlare delle virtù degli animali non si parla delle virtù delle persone? (Non mi dite che non esistono perché non ci credo). Perché non raccontiamo storie di riscatto dalla povertà, di possibilità che non c’erano eppure qualcuno eroicamente ha visto? Se si cominciasse a far vedere cosa si può fare, a mio avviso, la sensibilità sul tema della fame nel mondo crescerebbe a dismisura perché nutrita quotidianamente da un pizzico di speranza.

 

Il “sistema” economico

novembre 11, 2009

La camorra è oramai divenuta parte integrante del sistema economico reale. Essa realizza investimenti consistenti in moltissimi settori:dall’alta moda, ai rifiuti, alla ristorazione. Il confine tra legale e illegale diviene sempre più labile.

 

 

La parola camorra è estranea in terra campana. Viene utilizzata solitamente da chi descrive un complesso fenomeno criminale guardando la situazione dal’esterno. Chi si trova invece a contatto diretto con questa realtà, utilizza la parola “sistema”. Questa espressione è usata solitamente per definire un qualcosa di collaudato, che ben funziona, che è fortemente radicato nella realtà.

Questo banale ragionamento su linguaggio campano, ci fa capire quanto il fenomeno camorra sia radicato e quanto sia riuscito anche a penetrare nella società legale. Una descrizione  di questo scenario ci viene offerta da Roberto Saviano, nel suo best-seller “Gomorra”. Egli ci mostra la verità così come non la vogliamo vedere. Quando si parla di camorra, si immagina solitamente una organizzazione criminale che ha a che fare con Napoli e dintorni. Questo è quello che i grandi boss desiderano che crediamo. Chi si oppone con fermezza a questa logica è un condannato a morte, o quantomeno rischia seriamente la propria vita e quelli dei suoi cari. Per questo Roberto Saviano vive sotto scorta, quasi ai domiciliari, sorvegliato ventiquattro ore su ventiquattro.

Grazie a questo sacrificio abbiamo delle informazioni abbastanza dettagliate sulla camorra con i suoi molteplici affari.

Il “sistema” è specializzato in molti settori: da quello delle imitazioni, alla droga, ai rifiuti tossici, al’edilizia all’agricoltura ecc. Queste attività da una parte rimangono nella sfera dell’illegale (come per esempio il mercato delle droghe o dei rifiuti tossici) dall’altra penetrano in maniera inquietante nell’economia legale. Molti negozianti al dettaglio dell’alta moda ricevono capi d’abbigliamento ben fatti dalle organizzazioni criminali che sfruttano manodopera a basso costo ( in questa manodopera ci sono spesso dei veri e propri talenti) per creare dei falsi (fatti benissimo) che saranno venduti come originali a prezzi esorbitanti. La camorra apre ristoranti di lusso in tutto il mondo , con i proventi derivati da illeciti con la complicità spesso di aziende non direttamente controllate dal “sistema”. Si tratta di quelle aziende che vogliono risparmiare sullo smaltimento dei rifiuti. Queste società si rivolgono agli “stakeholder” che sono degli intermediari tra aziende e camorra, che sviluppano un lavoro di consulenza sullo smaltimento dei rifiuti in discariche abusive, che inquinano il territorio aumentando in maniera esponenziale la quantità di malattie  contratte dai cittadini del territorio adibito come discarica. La malattia più frequente è il tumore. Per combattere questa malattia, oltre ai fondi per la ricerca,servono persone coraggiose come Saviano, che denunciano chi li produce in abbondanza senza che siano richiesti.

La globalizzazione:il grande punto interrogativo

novembre 11, 2009

La globalizzazione porta con sé minacce e opportunità: le prime derivanti dai fini dell’economia globale, le seconde dai risultati effettuali causati dalla liberalizzazione dei mercati

 

La globalizzazione è un fenomeno complesso. Essa nasce dalla riduzione dei costi dei trasporti e contemporaneamente dal’apertura dei mercati. Quest’ultimo elemento ha portato ad una interdipendenza dei rapporti economici. I destini economici degli stati si influenzano reciprocamente in maniera determinante.

Pensiamo alla recente crisi finanziaria, che ha riguardato tutto il mondo nonostante fosse partita da una gestione perversa dei mutui subprime negli Stati Uniti.

L’apertura dei mercati ha prodotto ha prodotto le condizioni per la creazione di società che operano a livello multinazionale (non a caso vengono definite multinazionali). Alcune di queste società fatturano cifre esorbitanti. Le più importanti sono circa trecentosessanta. Esse si sono imposte sul mercato utilizzando una pluralità di strategie. La prima consiste nella guerra dei prezzi nella quale sono specializzati i superdiscount Wall Mart. Questa multinazionale fattura 351 mld l’anno, una cifra pari al PIL svedese. Qualsiasi piccolo commerciante che un’attività vicino ad uno di questi grandi superdiscount è destinato a fallire.

La seconda strategia consiste nel saturare i punti di vendita non permettendo alla concorrenza di aprirne uno. L’esempio più calzante di questa strategia è rappresentato dai numerosissimi punti di vendita di Mc Donald.

La terza strategia consiste nella creazione di imponenti Megastores , che diventano un punto di ritrovo e di svago. Un esempio calzante lo possiamo trovare nei Megastores di Ikea a Roma.

Naturalmente queste strategie non sono sufficienti di per sé per creare imperi economici di tale portata. Molte multinazionali subappaltano la produzione dei loro prodotti  società che si trovano in Paesi in via di sviluppo, risparmiando sulla manodopera a danno di lavoratori sottopagati e sfruttati.

La globalizzazione non è solamente una realtà triste, ma presenta in sé stessa tutta una serie di opportunità. Molte persone sono uscite dalla povertà assoluta grazie al’apertura dei mercati(fenomeno particolarmente presente in India e Cina). Il PIL mondiale cresce sensibilmente, anche se ha avuto un arresto a causa dell’attuale  crisi finanziaria, ma gli esperti sostengono che riprenderà il suo percorso di crescita.

Possiamo fare eccezione per l’Africa, continente che vive una condizione di povertà assoluta a causa di guerre ingiuste, governi corrotti e concorrenza sleale applicata dai Paesi occidentali. Il segreto per risollevare l’Africa dalla sua situazione consiste nel permettere ai loro prodotti di essere venduti nel mondo e di promuovere un sistema democratico e un livello di istruzione all’avanguardia.

Anniversario del crollo del muro di berlino

novembre 7, 2009

Nel 1989 cade il muro di Berlino, il mondo si apre a nuove sfide.
Finiscono le tensioni legate al conflitto democrazia-comunismo.Il giubilo del popolo tedesco è una testimonianza di una nuova era, non priva di difficoltà, ma che comincia con una consapevolezza nuova:la libertà è stata portata laddove ha regnato indiscriminatamente un terribile regime dal 1917. I telegiornali italiani del 1989 cercano di trasmettere la percezione di un inizio di una nuova era.

Alessio

novembre 6, 2009

Astronomico

Luminario

Extrasensoriale

Sfida

Situazioni

Incredibili

Ordinariamente

Le regole come via d’uscita

ottobre 31, 2009

La prima cosa da fare per uscire dall’attuale crisi finanziaria consiste nello stabilire delle regole finalizzate alla creazione di un mondo della finanza in cui la chiarezza sia l’aspetto fondamentale sul quale si edifica

 

Sono finiti i tempi della deregulation di Regan. L’attuale crisi finanziaria ne ha mostrato i limiti. I profitti dei manager delle grandi banche, sono stati ingenti, ma non sulla base di meriti conseguiti sul campo, ma grazie a delle creazioni di ingegneria finanziaria prodotte per spalmare sul mercato finanziario i debiti di coloro che non riuscivano a pagarsi il mutuo (stiamo parlando dei mutui subprime).

Il presidente Obama si sta cercando di regolamentare la finanza e cercare tutta una serie di soluzioni finalizzate alla creazione di un “exit strategy”(una strategia per uscire dalla crisi).

La prima di queste soluzioni consiste nel ricapitalizzare le banche in difficoltà , per evitare il rischio del collasso dell’ intero sistema finanziario che il mondo ha rischiato dopo il fallimento della Lehman Brothers.

Ovviamente questo intervento non è  fine a sé stesso. L’obiettivo concreto, che permette di ottenere risultati consistenti, è la separazione tra banche d’investimento e banche commerciali. Tale separazione permetterebbe una consapevolezza maggiore del cliente di una potenziale banca su come gestire il proprio denaro. Egli avrà la possibilità di decidere se tuffarsi in operazioni rischiose (assolutamente legittimo, basta che si consideri che ogni investimento è un rischio e quindi si pretende la consapevolezza che il proprio denaro possa andare perduto), oppure di depositare il proprio denaro con interessi bassi.

L’altro grande obiettivo consiste nel fare in modo che non ci siano banche troppo grandi per fallire. In questo scenario il governo non sarebbe più obbligato a venire in soccorso alle banche in difficoltà per salvare l’intero sistema economico.

Un’altra strategia di Obama consiste nell’abbandonare l’unilateralismo di Bush, per stabilire un rapporto di cooperazione internazionale per risolvere i grandi problemi economici dell’umanità (indicativo è il passaggio dal G8 al G20).

Il terzo obiettivo importante del presidente, è quello di evitare la tentazione protezionistica, invitando la Cina a promuovere i consumi interni on cambio di una più ampia partecipazione agli organismi internazionali.

Questa strategia è oggetto sia di condivisione che di critiche, che sono arrivate anche da premi nobel per l’economia ( ed economisti democratici come Stiglitz e Krugman), ma saranno solamente i risultati futuri a fornirci indicazioni di maggiore consistenza.

La storia dell’economia è segnata spesso da fallimenti dei più grandi guru dell’economia. Questo non significa delegittimare le opinioni degli economisti, ma guardarle con autonomia di valutazione nonostante la loro grande competenza. A sostegno della politica del presidente si sono schierati nomi autorevoli come quelli di Greenspan e Volker.

Il dibattito è assolutamente aperto ed interessante. Credo sia molto importante che sia un contributo costruttivo di tutti gli addetti i lavori, perché solamente in un contesto di unità di intenti si può uscire nel modo migliore in un momento di crisi.

 

Crisi economica o crisi delle persone?

ottobre 28, 2009

La considerazione secondo la quale si percepisce la crisi finanziaria come un semplice meccanismo inceppato non risolve la questione, anzi spinge ancor di più l’uomo moderno a guardare dentro di sé per trovare cause e soluzioni al problema.

Quando si sente parlare di crisi, si cerca sempre di trovare le cause che l’hanno determinata. Molti economisti cercano di trovare una risposta sulla base di una cattiva regolamentazione del mercato finanziario che ha permesso alle banche di spalmare sul mercato finanziario i debiti di persone che non riuscivano a pagare il mutuo emettendo i famosi “titoli salsiccia”.
Il premio nobel Amartya Sen propone una regolamentazione consistente del mercato finanziario, cosa molto saggia, ma che ritengo solamente un punto di partenza.
Ritengo ottima anche la proposta del G20 di una separazione tra banca commerciale e banca d’investimento. Tale separazione permetterebbe al cliente di discernere meglio gli istituti di credito a seconda di come si intende gestire il denaro. Se un cliente volesse solamente depositare i propri risparmi, si rivolge alla banca commerciale, se vuole investire (ogni investimento ha per sua natura un capitale di rischio) può scegliere la banca d’investimento, ideale per fornire tale servizio.
Ritengo che al di là delle singole soluzioni di natura tecnica (se ne potrebbe parlare per anni se una soluzione sia migliore dell’altra) bisogna sollevare un serio problema di natura morale. Si possono avere opinioni differenti su qualunque sfumatura riguardante un’analisi della crisi, tranne su una verità che ritengo di fatto: l’avidità è stato un elemento scatenante.
La politica contemporanea è malata di economicismo:si parla nella maggior parte dei casi di denaro, di come dovrebbe essere gestito e via dicendo. Mi domando retoricamente: se l’avidità è un elemento che ha scatenato la crisi perché non se ne parla in maniera seria e costruttiva?
La storia del mercato ha dimostrato che l’economia viene lasciata agli egoismi individuali, prima o poi si fanno i conti con crisi economiche di ampia portata. Purtroppo quando si tratta un argomento simile la banalità è dietro l’angolo: s parla in maniera impropria di redistribuzione delle risorse o abolizione della proprietà privata.
La mia riflessione intende cambiare prospettiva: se invece di guardare cosa succede fuori l’uomo cominciassimo a guardare cosa succede dentro?Cambiare le regole del mercato finanziario è fondamentale per evitare ciò che è successo, ma non eviterà altri trucchi per fare in modo che i risparmiatori siano raggirati nuovamente.
Bisognerebbe reindirizzare il focus della riflessione stessa, mostrare come l’avidità non paga mai ( e se lo fa solo nei tempi brevi) e come in realtà un atteggiamento di apertura nei confronti degli altri( in particolare nei confronti delle economie africane a cui dovrebbe essere permesso di esportare i loro prodotti senza ostacoli di natura lobbistica) produca un beneficio morale e materiale per tutta l’umanità (non solo per i paesi in via di sviluppo, ma anche per quelli economicamente avanzati).