Si parla troppo poco e male del grande problema della fame del mondo:le informazioni che vengono date sul fenomeno sono lacunose e prive di una pars costruens. L’unico modo per concentrare l’attenzione dei fruitori dei mezzi di comunicazione di massa su questo argomento consiste nel cercare di promuovere un concetto ampiamente e volutamente dimenticato dalla maggior parte di coloro che fanno informazione:quello di speranza.
I numeri parlano chiaro. La fame nel mondo è una piaga che colpisce un miliardo di persone. Immaginiamo l’intera popolazione cinese che muore di fame. Uno scenario inquietante.
Recentemente si è concluso il vertice FAO con un nulla di fatto. L’antifona è sempre la stessa: si chiedono dei soldi che i governi non vogliono dare o che se danno in un qualche modo ne traggono un giovamento, o peggio ancora finiscono nelle mani di governi corrotti. I media ogni volta che trattano questo argomento utilizzano sempre la solita retorica trita e ritrita: mancano soldi all’ Africa e i paesi occidentali sono dei brutti ceffi che vogliono negare da mangiare al proprio vicino. Questo approccio, seppur banale ha un fondo di verità, ma se ogni volta la questione viene affrontata con questa superficialità si rischia e spesso si arriva a banalizzare il problema.
Nell’ immaginario collettivo quando si parla di fame ne mondo si pensa ad un qualcosa di irrisolvibile, una dinamica che riguarda una massa inerme soggiogata dai politici. Questo atteggiamento semplicisticamente moralista nasconde una grave mancanza che sta caratterizzando le popolazioni occidentali: la mancanza di speranza.
La speranza è stata rapinata dall’humus culturale d’occidente. I media contribuiscono quotidianamente ad alimentare un senso di smarrimento nelle persone.
Credo che non esista persona in Italia o in Europa che non abbia visto ameno una volta nella vita l’immagino di quel bambino di colore col pancione circondato da mosche che attende la sua fine, diabolicamente lesiva alla dignità della persona.
Questo tipo di immagine, questo modo retorico e improduttivo di affrontare una tragedia così grande ha prodotto un effetto nausea nelle popolazioni.
A mio avviso è per questo che sussiste una tale insensibilità nei confronti di questo tema, per questo cocktail mortale di banalità e immagini nauseabonde.
Trovare una ricetta per smuovere una opinione pubblica oramai così insensibile potrebbe sembrare apparentemente un’impresa ardua. In realtà un modo ci sarebbe, ma c’è bisogno di essere meno compiacenti nei confronti di certi interessi di potere.
Europa e America adottano un strategia infame per tenere sotto scacco certe economie: quella del protezionismo.
Questa concetto potrebbe per molti suonare strano. Molto diffusa è l’idea che sia il libero mercato in quanto tale a produrre determinati squilibri, differenze abissali tra ricchi e poveri. In realtà sono proprio i dazi doganali che i paesi occidentali impongono sui paesi africani ad impedire lo sviluppo delle economie sottosviluppate.
L’agricoltura è il settore più colpito da queste imposizioni. Gli agricoltori occidentali (oltre a godere del vantaggio competitivo dovuto ai dazi) ricevono cospicui finanziamenti che permettono loro di utilizzare le migliori tecnologia orientate al’ottimizzazione della produzione.
Il mercato del cotone è poi quello dove questo scandalo risulta più evidente: negli Usa quella dei cotonieri è una vera e propria lobby potentissima e ogni anno ricevono 3,4 mld di dollari.
Dov’ è la concorrenza? Dov’è il libero mercato? Dov’è l’informazione circa questo punto cruciale?
Quindi la prima cosa che dovrebbe fare chi si occupa dell’informazione è mettersi al servizio della verità e non della comoda retorica.
Un secondo stimolo alla discussione deve essere generato dalla speranza.
Quando si parla di questi temi nel’immaginario collettivo si crea una mentalità pessimistica e rassegnata. Il vedere e rivedere continuamente il solito bambino con la pancia gonfia e piena di mosche ci spinge a concentrarci su altro, a raccontarci che tanto non possiamo farci niente, che tanto è tutta colpa di multinazionali spietate. Una reazione di questo genere può sembrare intuitivamente egoistica, ma è un egoismo generato dalla mancanza di vedere una possibilità, di gettare lo sguardo laddove non si vede ancora niente, ma il semplice fatto di osare produce motivazione: si tratta della speranza.
Come diceva Gramsci la storia è maestra, ma non ha allievi. Mi viene in mente Nelson Mandela, che ha passato ventisette anni in carcere in Sudafrica. La speranza di vedere il suo popolo liberato era assolutamente infondata ed era assolutamente legittimato ad entrare in uno stato di disperazione, a diventare il peggiore dei criminali, a smarrire ogni senso possibile del’esistenza. In un’intervista egli affermò che in quegli anni del carcere lui pensava a due cose: o moriva in carcere e sarebbe diventato un martire per il suo popolo, o sarebbe stato pronto a liberarlo una volta uscito. Questa si chiama speranza,quella vera.
Stimolare la speranza significa a mio avviso di sottolineare quelle belle realtà che in Africa ci sono, e sono rappresentate da tutta una serie di persone che fanno del bene in silenzio. Mi ricordo che una volta vidi un servizio sull’opera dei camilliani in Burkina Faso e vidi delle persone che tra mille difficoltà riuscivano a riprendersi da uno stato di disperazione e che conducevano una vita dignitosa. Quando vidi questo servizio mi sentìì stupido, banale perché avevo sepolto la speranza dietro un pessimismo commerciale. Questa esperienza mi ha fatto comprendere che una speranza per quest’Africa c’è, ma deve essere coltivata.
Nei telegiornali ogni notizia positiva riguarda i cani. Massimo rispetto per i nostri amici a quattro zampe che spesso offrono lezione di eroismo a noi poveri uomini, ma ci sono persone ne mondo che danno speranza ogni giorno a chi l’ha perduta soprattutto in Africa e che vengono rilegati in un angolo dell’agenda setting. Da qui la mia personale proposta: perché invece di parlare delle virtù degli animali non si parla delle virtù delle persone? (Non mi dite che non esistono perché non ci credo). Perché non raccontiamo storie di riscatto dalla povertà, di possibilità che non c’erano eppure qualcuno eroicamente ha visto? Se si cominciasse a far vedere cosa si può fare, a mio avviso, la sensibilità sul tema della fame nel mondo crescerebbe a dismisura perché nutrita quotidianamente da un pizzico di speranza.